A lungo le emozioni sono state viste come qualcosa da contenere: un’interferenza al pensiero razionale, un retaggio scomodo della nostra natura animale. A scuola si chiedeva ai bambini di “non distrarsi” con ciò che provavano; nella vita adulta ci si aspettava di “saperci stare”. Oggi sappiamo che le cose stanno diversamente. Le emozioni non sono il rumore di fondo che disturba la mente: sono parte integrante del modo in cui la mente lavora. Orientano le nostre scelte, fissano i ricordi, ci raccontano qualcosa di importante su noi stessi e sugli altri. E, soprattutto, possono essere comprese e allenate.

Un primo strumento utile per orientarsi nella comprensione delle emozioni è il Mood Meter, sviluppato dal programma RULER della Yale University: una mappa a quattro quadranti costruita su due dimensioni — l’energia che sentiamo nel corpo (alta o bassa) e la qualità di ciò che proviamo (piacevole o spiacevole). Una stessa giornata può attraversarli tutti: l’irritazione del mattino, la quiete di una pausa caffè, la stanchezza pomeridiana, l’entusiasmo di un incontro inaspettato. Avere un linguaggio per riconoscere dove ci troviamo è il primo passo per non esserne semplicemente trascinati.

Le due vie

Ma cosa accade, esattamente, quando proviamo un’emozione? Una delle scoperte più affascinanti delle neuroscienze è che l’emozione, in parte, precede la consapevolezza. Joseph LeDoux ha descritto due percorsi attraverso cui un’informazione sensoriale raggiunge l’amigdala, una piccola struttura cerebrale a forma di mandorla che svolge un ruolo chiave nel valutare ciò che è rilevante per la nostra sopravvivenza. Il primo è lungo e passa per la corteccia, restituendo una lettura accurata della situazione. Il secondo è breve e diretto: dal talamo all’amigdala in pochi millisecondi.

È la via breve che ci fa fare un balzo all’indietro quando vediamo qualcosa che somiglia a un serpente, prima ancora di accorgerci, un istante dopo, che era solo un bastone. È da qui che nasce l’idea, didatticamente efficace, che il cuore pensi prima della mente. Lo stesso LeDoux ha più di recente precisato che la “via breve” descrive risposte difensive automatiche, mentre l’esperienza emotiva consapevole richiede comunque il coinvolgimento della corteccia: il corpo non sostituisce il pensiero, lo anticipa e lo prepara.

Il meccanismo psicologico

Il passaggio dalla percezione all’azione segue una struttura interna riconoscibile. Lo psicologo Paul Ekman l’ha descritta come una sequenza: un innesco, una valutazione automatica che attinge a tutta la nostra storia emotiva, l’attivazione di programmi affettivi che generano impulsi all’azione (fuggire nella paura, colpire nella rabbia, avvicinarsi nella gioia) e infine una modulazione attraverso regole apprese culturalmente, che ci dicono cosa è socialmente accettabile mostrare — e perfino provare. Basti pensare a quanto sia diverso piangere a un funerale o in una riunione di lavoro.

C’è poi un fenomeno particolarmente importante: il periodo refrattario. Quando un’emozione intensa è in corso, per qualche minuto diventa difficile accogliere informazioni che la contraddicono. Chi è arrabbiato fatica a cogliere i segnali di pace; chi è spaventato fatica a vedere la sicurezza che lo circonda. Sapere che esiste, e che è transitorio, cambia il modo in cui ci si rapporta a un bambino in piena crisi: non è il momento di spiegare o convincere, è il momento di accompagnare e attendere che la marea cali.

Va segnalato che la cornice di Ekman convive oggi con prospettive differenti, su tutte la theory of constructed emotion di Lisa Feldman Barrett, secondo cui le emozioni sono costruzioni che il cervello opera nel contesto. Le due prospettive conducono però a indicazioni educative convergenti: ampliare il vocabolario emotivo dei bambini e collegare le parole alle sensazioni del corpo.

Dalle neuroscienze alla pedagogia

Le emozioni hanno un ruolo decisivo anche in due funzioni che pensiamo come “razionali”: la scelta e la memoria. Antonio Damasio l’ha mostrato studiando pazienti con lesioni frontali e ricostruendo il celebre caso di Phineas Gage, l’operaio ferroviario che nel 1848 sopravvisse a un trauma cranico devastante ma ne uscì con una personalità completamente trasformata: non aveva perso memoria né linguaggio, aveva perso la capacità di scegliere e di mantenere relazioni.

In pazienti analoghi Damasio ha osservato un fatto sorprendente: persone con un quoziente intellettivo nella norma diventavano incapaci di decidere persino cosa ordinare al ristorante. Mancava loro il marcatore somatico: quella piccola sensazione corporea — un nodo allo stomaco, un’intuizione — che le emozioni depositano in noi e che ci guida verso scelte coerenti con la nostra storia. Senza quella bussola, l’intelligenza pura non basta. Lo stesso vale per la memoria: ricordiamo molto meglio ciò che è stato emotivamente significativo. Le emozioni danno peso alle esperienze e le fissano nel tempo.

Da qui un punto cruciale: lo stato emotivo modula l’apprendimento. Sotto stress il cervello dà priorità all’amigdala, preparandoci a difenderci; utile davanti a un pericolo, poco utile davanti a un’equazione. La corteccia prefrontale, che sostiene attenzione, memoria e ragionamento, in quei momenti funziona molto meno bene. In uno stato di calma, al contrario, può esprimersi al meglio. La conseguenza pratica è rilevante: prima di pretendere prestazioni cognitive da un bambino, o da noi stessi, bisogna prendersi cura del clima emotivo in cui ci troviamo. Un’aula in cui i bambini si sentono al sicuro non è un’aula “buonista”: è un’aula in cui il cervello può davvero imparare.

Tutto questo si traduce in cinque capacità che possiamo allenare: riconoscere le emozioni nei volti, nelle posture, nei gesti; comprenderle nelle loro cause e conseguenze; nominarle, perché un’emozione che ha un nome è già un’emozione un po’ più maneggiabile; esprimerle in modo adeguato al contesto e alla relazione; regolarle con strategie efficaci, senza reprimerle né lasciarsene travolgere. A queste si sovrappone il framework CASEL, oggi diffuso in tutto il mondo, che articola l’educazione socio-emotiva in cinque aree intrecciate: consapevolezza di sé, consapevolezza sociale, capacità di gestirsi, abilità relazionali e capacità di prendere decisioni responsabili.

Sullo sfondo c’è un’idea resa popolare dal libro di Daniel Goleman sull’intelligenza emotiva, che modelli come RULER e CASEL hanno poi rielaborato in forma più rigorosa: le competenze emotive non sono un dono di natura, ma un apprendimento. Si possono insegnare, praticare e affinare a tutte le età. Come ricordava William James, l’attenzione è la facoltà di “riportare indietro la mente che vaga”: non un dato di natura, ma un esercizio. Lo stesso, in fondo, vale per le emozioni.

Le neuroscienze ci aiutano a capire cosa accade nella testa, la pedagogia ci aiuta a capire cosa fare di quella conoscenza. Le emozioni ci parlano di noi, ci orientano, fissano i ricordi e guidano le scelte. Proprio per questo vale la pena conoscerle e allenarle, fin da bambini, e per tutta la vita.

 

Dott. Alberto Nespoli
Dottore in Psicologia clinica